La settimana scorsa presso il Centro Alti Studi Difesa (CASD), il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha tenuto una Lectio Magistralis dal titolo “Difesa è protezione: la cultura della Difesa e la sfida della complessità geopolitica”. Qui il link al video e di seguito le parole del Ministro Crosetto.
https://www.difesa.it/primopiano/valorizzazione-del-patrimonio-e-della-cultura-della-difesa/95455.html
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“Ho pensato bene al compito che mi avete affidato per oggi e ho pensato di provare a declinare, e in una delle rare volte nella mia vita l’ho fatto per iscritto, perché volevo che ogni parola fosse ragionata, cercare di declinare quest’idea di cultura della difesa di cui mi sentite parlare da tre anni a questa parte. Cercare, partendo da un’essenza semplice che però ha un’implicazione profonda e che io sintetizzo in una frase banale: difesa è protezione, protezione del territorio, protezione della sovranità, protezione dell’ordinamento democratico, della continuità istituzionale, protezione delle infrastrutture critiche, delle filiere industriali, della sicurezza energetica, della base tecnologica, della dimensione informativa e di quella cognitiva. In ultima istanza, la difesa è protezione delle condizioni che rendono possibile la libertà collettiva che è la linfa vitale di una nazione.
Da questa prospettiva, la Difesa, nella mia testa, travalica la semplice funzione reattiva rispetto alle minacce, alla sicurezza fisica e si erge a elemento portante del sistema di protezione nazionale. Per lungo tempo in Europa e in larga parte nell’Occidente è prevalsa una rappresentazione segmentata del concetto di difesa. Si è pensato che vi fosse un ordine abbastanza netto, un confine abbastanza netto, tra economia e potenza, tra sviluppo e sicurezza, tra sfera civile e sfera militare.
Si è ritenuto, spesso implicitamente, che la Difesa coincidesse prevalentemente con il presidio armato dello spazio sovrano e con la gestione delle crisi solo nei momenti di emergenza conclamata. I fatti storici ci stanno dimostrando la fragilità di questa visione. La scena internazionale contemporanea è caratterizzata da una complessità di natura qualitativamente diversa rispetto al passato.
Le minacce non si manifestano più esclusivamente in forma lineare e fisica. Si distribuiscono lungo una pluralità di domini e di dimensioni militare, economica, tecnologica, energetica, informativa, industriale, cyber, spaziale, cognitiva. Le fratture geopolitiche si manifestano anche senza dichiarazioni di guerra.
La vulnerabilità di uno Stato può maturare ben prima dell’insorgere di un conflitto aperto. La capacità di difesa di una nazione può essere compromessa non solo dalla carenza di mezzi, ma anche dalle dipendenze tecnologiche, dalla fragilità industriale, dalla disinformazione, dalla vulnerabilità energetica, dall’erosione della fiducia pubblica. Il sistema geopolitico attuale non è semplicemente più instabile.
È strutturalmente molto più complesso. Lo è anzitutto per il ritorno alla competizione tra grandi potenze, che ha riportato al centro della storia categorie che in modo illusorio ritenevamo essere relegate a un passato ormai disperso negli angoli remoti della nostra memoria. Sovranità,
za, capacità industriale, autonomia strategica, supremazia tecnologica, controllo delle dipendenze critiche.
Lo è in secondo luogo per la crescente interdipendenza tra economia e sicurezza. Energia, materie prime critiche, semiconduttori, reti, dati, capacità manifatturiera avanzata, logistica, ricerca scientifica e accesso alle tecnologie emergenti non sono più soltanto fattori di sviluppo. Sono divenuti fattori di potenza. Lo è per la centralità della tecnologia. L’innovazione non è più una dimensione della sicurezza. Ne è parte fondante, dirimente.
Intelligenza artificiale, spazio, quantum, cyber, sistemi autonomi, infrastrutture digitali, sicurezza della ricerca, rapidità di transizione dalla ricerca di base e applicata all’adozione operativa. Tutto ciò incide direttamente sul rapporto tra vulnerabilità e potenza. Infine, il sistema geopolitico è più complesso per la diffusione delle minacce ibride che agiscono sotto soglia del conflitto aperto ma non per questo sono meno incisive.
Disinformazioni, attacchi cyber, sabotaggi, coercizione economica, pressione sulle filiere strategiche, manipolazione subdola dei processi cognitivi e della formazione del consenso possono produrre effetti destabilizzanti con ricadute sistemiche incontrollabili. A essere contesi sono i mercati, le risorse, le sfere di influenza, così come le narrazioni, le percezioni, la legittimità, la fiducia e il senso di coesione. La Difesa, pertanto, non può essere pensata come semplice custodia del perimetro fisico di uno Stato.
Perché non basta, non servirebbe a nulla. Riguarda la tenuta complessiva di una nazione, nella profondità dei suoi sistemi vitali. Se questa è la natura del nostro tempo, allora il concetto di Difesa deve essere elevato a una comprensione più ampia e più aderente al reale.
La difesa è protezione del territorio e dello spazio sovrano, protezione della popolazione e delle istituzioni repubblicane.
La difesa è protezione delle infrastrutture critiche, dei nodi energetici, delle reti di comunicazione, dei dati, delle connessioni logistiche. La difesa è protezione della base industriale e tecnologica di una nazione, è protezione dell’autonomia decisionale dello Stato. La difesa è protezione dello spazio cognitivo, della qualità del dibattito pubblico, della fiducia democratica.
Difesa è protezione del capitale umano, senza il quale non viene innovazione e autonomia strategica. Difesa è protezione del patrimonio storico, simbolico e culturale, perché nella memoria costruisce una risorsa di continuità e di forza nazionale. In questa chiave, la cultura della difesa si presenta come una cultura della protezione consapevole, non come una cultura della militarizzazione. Essa non restringe il proprio orizzonte all’uso della forza, pur riconoscendo la necessità e l’insostituibilità. Piuttosto colloca la forza all’interno di un sistema che abbraccia più settori, nel quale convergono preparazione, innovazione, resilienza, capacità amministrativa, comunicazione strategica e coscienza civile. Da questa visione ne deriva che la Cultura della Difesa non appartiene esclusivamente alle forze armate. Non è un patrimonio riservato a chi opera professionalmente nel settore della difesa. Essa concerne l’intera comunità nazionale.
Concerne l’università, poiché forma le classi dirigenti, i ricercatori, i tecnici, i cittadini di domani.
Concerne l’industria, perché senza capacità produttiva e tecnologica non vi è autonomia strategica. Concerne la pubblica amministrazione, perché senza efficienza istituzionale non vi è capacità di risposta. Concerne i media, poiché la qualità dello spazio informativo influisce direttamente sulla tenuta democratica.
Concerne la scuola, perché il senso delle istituzioni si coltiva nel tempo della formazione. Concerne il mondo della cultura, perché memoria, identità e simboli contribuiscono alla coesione profonda di una nazione. Concerne i cittadini, poiché nessuna strategia di sicurezza è davvero solida se non è compresa, condivisa e sostenuta in modo consapevole. Una democrazia matura non considera la cultura della difesa un corpo estraneo. La riconosce al contrario come una componente essenziale della propria traiettoria storica. È un vero e proprio cambio di
paradigma, lo so. Oggi non è più sufficiente collocare la Difesa nella fase terminale delle crisi. La Difesa contemporanea opera prima della crisi, durante la crisi e dopo la crisi.
Prima attraverso deterrenza, preparazione, formazione, innovazione, integrazione inter- istituzionale, rafforzamento industriale, pianificazione strategica. Durante, attraverso l’intervento militare, continuità delle funzioni essenziali, risposta a multi-dominio, sostegno alla resilienza nazionale. Dopo, attraverso stabilizzazione, ricostruzione, analisi delle lezioni apprese e modellizzazione di un nuovo sistema di difesa.
Questo significa che la Cultura della Difesa deve ormai coincidere con la cultura della preparazione nazionale. Prepararsi non significa evocare il conflitto. Significa ridurre la vulnerabilità. Significa preservare la libertà di scelta. Significa rendere il Paese più capace di reggere gli effetti dirompenti della storia. Consentitemi in conclusione di tornare al principio da cui siamo partiti.
La Difesa è protezione. È protezione della terra, del mare, del cielo, dello spazio, della nostra essenza digitale e del nostro patrimonio cognitivo.
È protezione delle istituzioni della continuità repubblicana. È protezione delle infrastrutture critiche, delle reti vitali del Paese. È protezione della base industriale tecnologica. È protezione della memoria storica e dell’identità nazionale. È protezione della libertà collettiva. Per questa ragione parlare oggi di Cultura di Difesa non significa promuovere una cultura della guerra. Anzi, significa promuovere la cultura della custodia del patrimonio materiale e immateriale di una nazione.
Una nazione che sa proteggersi è una nazione che sa comprendere nel profondo il proprio tempo storico. Una nazione che sa comprendere il proprio tempo storico è una nazione che sa prepararsi. È una nazione che sa prepararsi è una nazione più libera, più resiliente e più autorevole a livello internazionale. Grazie.”
